Siamo a pochi chilometri da Rieti, nella Riserva dei Laghi Lungo e Ripasottile, un’area protetta che comprende una zona umida di grande interesse, quanto poco conosciuta. I due laghi sono quel che resta di un antico e ampio bacino alimentato dal vicino monte Terminillo. Questa area è ricca di specie di notevole interesse faunistico e vegetale, luogo ideale per il birdwatching, piacevolmente immersa nel cuore della pianura reatina. Noi siamo andati alla scoperta del sentiero degli aironi e dei cormorani.
Nei laghi Lungo e Ripasottile vivono pesci quali la scardola, il luccio, la tinca, l’anguilla, la rovella e il cavedano. Risorgive e canali ospitano pure trota di torrente e spinarello.
Di tutto rilievo il popolamento ad anfibi, che comprende specie quali la raganella, la rana dalmatina, il tritone comune e quello crestato . Tra i rettili è segnalata come particolarmente comune la natrice dal collare. Volpi, Ricci, Tassi, Istrici e Cinghiali sono di più frequente osservazione tra i mammiferi censiti.
Ma è l’avifauna a offrire gli spettacoli più grandi. Le specie osservate sono oltre duecento, molte delle quali di notevole importanza conservazionistica come le colonie dove nidificano le nitticora con più di 70 coppie, gli Aironi cenerini con 140 nidi censiti nel 2015, l’unico nido di Falco di palude per il territorio della regione e le Sgarze ciuffetto con quattro nidi.
Nei mesi invernali, nel territorio della Riserva naturale dei laghi, circa 60 Aironi bianchi maggiori provenienti dal nord, si aggiungono agli Aironi cenerini, frequentando il canneto e i campi coltivati, inoltre nei laghi si possono osservare: Morette, Mestoloni, Germani reali, Moriglioni, Svassi maggiori. Tuffetti, e le rare Morette tabaccate.
In particolare per lo svernamento degli uccelli, la riserva si pone tra le zone umide più importanti del Lazio dopo il Circeo, le aree protette di Bracciano-Martignano e Vico, il lago di Bolsena.
E’ considerata sito di importanza nazionale per lo svernamento del tarabuso , dell’Airone cenerino con circa 600 esemplari e della moretta. Osservazioni regolari nei mesi più freddi riguardano anche le Gru con un passaggio dai 600 ai 1500 esemplari annui, il Falco di palude e l’Albanella reale.
Da segnalare, presso il lago di Ripasottile è attiva da tempo una Stazione di Inanellamento a scopo scientifico, nella quale da gennaio 2015 viene svolto il Progetto Nazionale “MonITRing” coordinato dall’ISPRA (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) che prevede l’inanellamento con lo stesso protocollo operativo in più di cento Stazioni aderenti.
Dal 2001 al 2015 vi sono stati catturati e inanellati più di 24.000 uccelli.
Nel corso dell’anno variano i principali motivi d’attrazione: d’inverno sono i grandi assembramenti di anatre e folaghe, durante i passi uccelli inusuali ed eleganti come il falco pescatore, in primavera inoltrata ed estate le fioriture di ninfee e nannufari.
Una piacevole e rilassante passeggiata di un’ora e trenta circa, lungo il perimetro del lago di Ripasottile.
Alle nostre spalle la vetta del Monte Terminillo.
Incontri fortunati!
Si prosegue il cammino, una piacevole e rilassante passeggiata di un’ora e mezza circa. Durante il cammino abbiamo avvistato nella radura fagiani che spiccavano il volo, sentito il gracidare delle rane nascoste nei corsi d’acqua, e da lontano abbiamo avvistato i nidi altissimi dei cormorani.
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30/ 05 2021
Carlo, ostinato poeta


È già a 14 anni che Carlo scrive: i primi versi sono legati all’esperienza scolastica, traggono ispirazione da Dante, Petrarca; fino ai 17 anni scrive un diario personale sul quale trascrive in “bella copia” le sue prime poesie.
“Quando scrivevo stavo bene”, racconta Carlo – “Riproducevo in versi un vissuto, una percezione, una sensazione: cercavo di dirla, avvertivo l’inadeguatezza dei miei mezzi rispetto a quello che volevo dire; la compiutezza di un verso mi dava energia, soddisfazione.”
Da bambino scopre di essere portato per il canto; recita fin dai 17 anni; ad un certo punto lascia la poesia e inizia a scrivere canzoni: i suoi riferimenti, parolieri come Mogol, Bigazzi, la musica d’autore italiana -“da ragazzino, ogni settimana, andavo al negozio di dischi a comperare una musicassetta Battisti- Mogol”-. Carlo è paroliere e compositore melodista iscritto alla SIAE.
E rivela: “Ciò che ho scritto nel passato, ora lo riscriverei perché è lo stile che cambia, cambierei la forma di quei versi.”
Carlo sente infatti che la forma poetica sta evolvendo: è più diretta, meno elitaria, perché la poesia deve arrivare a tutti:
“essendo che da sempre e per sempre (…)
si è domanda”,
“dal rovello d’un che di irrisolto”
e ancora
“Ogni indagine s’arresta sul ciglio del comprensibile
– intravista figura nelle nebbie- tra il nulla che germisce
e il tutto che chiama.”
Siamo ancora capaci di vivere l’attesa, la vigilia dei sentimenti?
“Va bene anche così, non devi dire nulla; è privilegio
contemplarti da questa lontananza. Restare sulla soglia
dove si celebrano le nozze del qui e dell’altrove…”
Poesia, infinita domanda
Carlo si chiede:” Dobbiamo scrivere per farci capire o cosa?”
“La poesia serve ad accorgersi di essere vivi” D.Rondoni
“La poesia non si deve capire ma comprendere, non si deve cioè possedere ma prenderla con sé e comunicarla a un pubblico universale. Serve per mettere a fuoco la propria connessione con la realtà, osservarla meglio.
Scrivere è donare: leggendo o scrivendo poesia, che è un modo di vivere, abitare poeticamente la terra, ci accorgiamo di quello che accade nel mondo e conquistiamo uno sguardo più profondo, meno superficiale.
Aumenta la nostra capacità di osservazione e di connessione con la vita, di sentirla più profonda, più intima, e di commuoverci laddove commuovere vuole dire “muoversi con”.
Ad esempio, leggendo L’infinito di Leopardi si entra in sintonia con l’infinito stesso, ma percepiamo il nostro infinito e ci muoviamo con lui, siamo sulla stessa lunghezza d’onda.
La poesia serve a recuperare quella dimensione che nel passaggio dalla giovinezza all’età adulta si va perdendo, quando diventiamo più razionali per paura di doverci commuovere, di scoprire un nostro lato fragile, più intimo che ci appartiene anche se lo teniamo nascosto, e di cui abbiamo bisogno.
In chi scrive poesia esiste una componente narcisistica per misurarsi con se stessi, per sentirsi apprezzati; si scrive per dare al lettore la possibilità di entrare in connessione con la realtà.
Chi scrive dona, dona la sua esperienza affinché anche gli altri possano trovare e provare appagamento, luce, riflessione.
Essere poeta, scultore, pittore, essere artista, fa parte dell’essere costitutivo dell’Uomo, che non può esistere senza l’arte.
Perché l’essere umano ha bisogno di vedere la bellezza, di guardare la Bellezza. La bellezza cura.
La bellezza è il fine ultimo dell’arte.
“Non mai sottrarre al tuo sguardo, alla tua mente, la visione della bellezza.”
Si può vivere senza arte, poesia, bellezza? Sì, ma sottraiamo abisso e slancio, caduta ed elevazione che fanno parte della natura dell’essere umano.
La poesia denuncia la disperazione, l’abisso; è funzionale a un grido che urli il desiderio di qualcosa di superiore a noi.
Denuncia un limite che si vuole superare; rompere il limite e accedere alla bellezza.
San Francesco, primo poeta della letteratura italiana, nel Cantico delle creature, celebra la bellezza, la gratitudine verso un mistero teologico, spirituale, mistico; la poesia come estasi e armonia, sentirsi protagonisti di un dialogo che non deve essere spiegato.
L’Uomo è il contrasto fra il nulla eterno e la mente che aspira al bello, che spesso non riesce ad armonizzarsi, divenendo disperazione o santità, luce, mistica. Ad es. Foscolo nei Sepolcri canta la morte come il nulla eterno, ma nelle lettere di Jacopo Ortis scrive “la mia mente percepiva un non so che di celeste…”.
E Pessoa scrive ”Siamo due abissi, un pozzo che guarda il cielo”.
“Abitare il transito” è la silloge pubblicata a gennaio.

Dedicata al buio e alla luce.

Che ci parla della “ condizione dell’Uomo aldilà del suo stato transeunte e provvisorio”, dove “l’Autore chiede aiuto ad altri autori per indirizzare il suo percorso su passi più sicuri”. ( cit. Fabrizio Bregoli nell’introduzione a Abitare il transito)
Carlo ci porta in una dimensione dove è difficile orientarsi, in terre di equilibri precari dove
“a furia di percepirmi osmosi
sto mutando in oltre-mondo”
ma
“in fondo la tenebra è codarda”
“diserta già al lucore d’un cerino”

700 anni di Dante
I poeti reatini celebrano il sommo Poeta
“È così che vado. Percorro viali d’oro croccante
sotto le suole. Nudità di trame favolose di gelo
si ergono, mentre sottane di nebbia
veleggiano e a capriccio di vento a tratti
lacerano il velo, sul chiacchierio delle stelle
in assemblea”
E allora la voce di Carlo si fa universale per noi perchè
“resta il fatto che, comunque tu
lo intenda, cosa rara è il mondo, opera
imperfetta quanto tu voglia, ma da lasciare increduli
di sé nel contemplarla”
Con la canzone Luci gemelle (Di Vecchio – Giacobbi) ha ottenuto il premio di miglior testo inedito ad una rassegna canora dedicata a Lucio Battisti, svoltasi a Poggio Bustone di Rieti.
Ha pubblicato : L’Angelo Dannato (Hobo Editore, 2006), Albe notturne (Serarcangeli Editore, 2015), Confidenze (Il Convivio Editore, 2016) Essere qui (Il Convivio Editore, 2017) e nel 2018, con Arcipelago Itaca Editore, Veramente quest’uomo (poesie sul Vangelo di Marco) di cui, alcuni estratti, sono stati letti alla presenza del Vescovo di Rieti, nell’ ambito dell’incontro pastorale della diocesi di Rieti svoltosi il 7-8-9 settembre 2018, Oltre il visibile (Arcipelago Itaca Edizioni, 2019), e Abitare il transito (Arcipelago Itaca Edizioni, 2021).
Ha partecipato a numerosi concorsi di poesia ottenendo diversi riconoscimenti, tra i quali, da ultimo: il primo posto al premio Liberolibro 2015 con la poesia <<Se il sangue in me torna a gridare>>; il primo posto al premio Salvatore Quasimodo 2016 con la poesia <<Da quali precipizi chiama>>; il primo posto al premio Massimiliano Kolbe 2016 con la poesia <<Più folle del male, l’amore>>; il quinto posto al premio Borgognoni 2016 con <<Elementi>>; il primo posto al premio Le Pieridi 2016 con la poesia <<Verrà nel luminoso abbraccio>>; il primo posto al premio Il Convivio 2016 per la silloge inedita <<Confidenze>>; il primo posto al premio Terra d’Agavi 2017 per la silloge edita <<Confidenze>>; il primo posto al premio La Penna del Drago 2017 con <<DJ Fabo>>; il terzo posto al premio internazionale “Il Sigillo di Dante 2019” con la silloge edita <<Veramente quest’uomo>>; la medaglia d’onore al premio internazionale di Poesia Don Luigi Di Liegro X° edizione 2019 con la poesia inedita <<Fioriture>>; il primo posto – sezione poesia inedita- al Premio Letterario La Ginestra di Firenze e premiato al Concorso Nazionale “Città di Rovigo”, entrambi a maggio 2021.


Indagare il fine di ogni cosa, questo poco
transito ad esempio; senza null’altro poter fare
che ritrovarsi a percorrere corridoi
che danno su porte, su altri corridoi, su altre porte
e così, di seguito: poichè forse, alla fine della fine
non c’è che oltranza
e il non senso d’ogni margine non è in esso
ma nella finzione tutta umana di crederlo esistente.
Vedi, dire segreto il non escludibile altrove, l’ipotesi
d’un luogo che ospiti la vita quando più non la si vede
non è detto sia posticcio medicamento sullo strappo
della carne o protesi di un’anima amputata.
E non è detto la cecità non sia
ritorno di macchia nera per lo sciocco indugio d’occhi
avidi di sole. Ecco, null’altro, solo questo: il segreto
solo il segreto ci è dato, labile approdo dell’inconcluso
offerto ai contemplanti, essendo che, da sempre,
e per sempre che, fino ai portali degli omega
di ognuno, si è domanda.
18/ 10 2020
Effetto Milly

MILLY nasce a Rieti
coccolata amata protetta
in un giardino che è famiglia
come figlia che è genitore
La sua è una carriera umanistica formatasi nell’Architettura d’Interni a Roma “La Sapienza” nel 2008, con un occhio alla filosofia, a quell’esercizio del pensiero che poi applicherà arredando le case degli altri;
Inizia la collaborazione con lo studio di progettazione “Pasquali e Associati”. Consegue il master in “Allestimento di spazi museali” presso la facoltà di Architettura de “La Sapienza”.
Partecipa alla biennale d’architettura del 2008 per l’allestimento del padiglione “INARCH”; si occupa del coordinamento del padiglione I.E.D. in collaborazione con Ikea al festival del cinema di Roma dello stesso anno, continua l’attività di ricerca mirata alla progettazione d’interni come assistente del corso di “Design industriale” e al “Laboratorio di progettazione d’interni” tenuti dal prof. Giuseppe Pasquali.
Ha insegnato allo I.E.D. di Roma nel Master in Interior Design raccontando agli studenti di Van Gogh e della sua stanza in cui il colore è una visione; dove lo spazio si fa deformato su diverse prospettive creando una complicità emotiva con lo spettatore.
Come Van Gogh vuole rappresentare uno spazio personale, Milly lavora individuando la stanza tutta per sé nell’interior design.
Si sente “ruvida”, con dentro di sé un’energia che arriva dal proprio percorso personale, sente che la tecnica non le appartiene professionalmente: “Ho provato con tutta me stessa a fare quello che facevano gli altri, il mestiere, usare la tecnica, ma non ne avevo i requisiti. Avevo di più gli aspetti legati a caratteristiche insite nella mia natura e che raccontano sì un percorso tecnico ma rurale, poetico”.
Racconta da dove le arriva l’ispirazione: “l’aspetto campagnolo delle tovaglie a quadrettoni, la vita domestica di provincia: il mio disegno è caratterizzato da quello che ho vissuto, le cucine delle nonne con le maioliche dipinte a mano, una dolcezza di avemarie alla domenica, la farina sui ripiani della cucina e il profumo dei biscotti e del pane, la consistenza dei lini e delle canape, le sale da pranzo dove la famiglia si ritrova.”
la casa di Nina
“Il mio gusto è provinciale: quando incontro elementi che hanno fatto parte della mia infanzia, ritrovo l’umanità che ho vissuto e che mi piace, in cui mi riconosco. Questo mondo rurale e provinciale ha bisogno di un’identità; tutto è prezioso.”
Abitare in campagna
E così “Noi siamo il prodotto dell’eredità di un vissuto altro e della nostra storia da narrare”
Siamo storie da cucire
Tele di Penelope
Milly sente che questo diverrà centrale nella contemporaneità del design, come rilettura, accostamento fra il passato, il presente e il futuro.
Allora a 25 anni arriva il negozio: portare avanti una proposta di disegno d’interni incontrando le persone, comunicando attraverso le proprie visioni da interior perché arredare è un percorso espressivo, mai solo la combinazione dei giusti complementi.
Arredare è POESIA: scegliere tessuti, toccarli, usarli in chiave contemporanea, perseguendo un’etica del mondo nuovo: non buttare, non scartare nulla, ma rigenerare il passato, renderlo contemporaneo è questione di dettagli.
Bisogna agire con spontaneità, creare ciò in cui si crede, al di là della propria preparazione: partire da un disegno, uno schizzo per arrivare al cuore del progetto.
Soprattutto, ascoltare le storie personali per arrivare all’idea di una stanza, attraverso un ricordo, un tessuto, una vecchia poltrona, a cui dare nuova vita.
L’importanza di chiamarsi COLORE
Colore come espressione di libertà, perché il colore nasce dalla luce; “Perché due colori, messi uno a fianco all’altro, cantano? C’è qualcuno in grado di spiegarlo?” – afferma Pablo Picasso
Colore come scelta politica perché i colori sono in grado di aumentare il livello di attenzione di un osservatore, la sua partecipazione, la sua comprensione.
“Il colore soprattutto, forse ancor più del disegno, è una liberazione.”
(H.E. Matisse)
Colore come memoria:
“A volte le parole non bastano.
E allora servono i colori.
E le forme.
E le note.
E le emozioni.”
A. Baricco
Colore come progetto: perché i colori sono difficili da usare, li devi studiare; i colori devono comunicare, rendere interessante una casa, la sua identità, la sua anima.
Ma se una persona è composta da tanti colori, è una simultaneità difficile da rendere: rappresenta un colloquio con l’ospite inquietante che ci abita. Per esempio il giallo suscita qualcosa che irradia, come la luce del sole, mentre il blu qualcosa che racchiude, come l’universo. Il rosso sembra invece in movimento ma su se stesso, come il fuoco o il sangue.
“Il Bianco non è una mera assenza di colore, è una cosa brillante e affermativa, è feroce come il rosso, è definitivo come il nero. Dio dipinge in molti colori; ma Egli non dipinge mai così magnificamente, mi verrebbe da dire quasi grandiosamente, come quando dipinge di bianco.”
(G.K. Chesterton)
Viviamo, però, in un mondo di modelli teorici ai quali ci ispiriamo, non ragioniamo in virtù del nostro sesto senso, siamo figli dell’illuminismo; rispondiamo a dei parametri, ci incaselliamo.
Ma in questa simultaneità si può leggere, si può prendere confidenza con questi aspetti.
“I clienti arrivano a me perché mi associano a lavori alternativi, creativi.
Mi vogliono perché ho una personalità curiosa. Non appartengo ad una categoria, trovo ispirazione nella storia dell’arte, in ciò che mi comunica dolcezza, femminilità, una giusta collocazione universale degli spazi.
Mi piacciono tante cose insieme. E’ biografico. Si ha una diversità quando si è figli di due personalità in contrasto.
Lavoro riscattando una femminilità messa da parte, un romanticismo, una dolcezza che traccio nella ricerca e nello studio delle mie creazioni.”
“Il mio cliente è qualcuno che intuisce le peculiarità caratteriali, particolari e trasgressive rispetto ai canoni estetici della sua età, del suo vissuto, delle dinamiche personali, del proprio status sociale; ha un gusto spartano-meditato, ricerca una diversità. Io stabilisco una relazione da questo raccontarsi. Mi fido del mio istinto, cerco più informazioni possibili, immagini evocative.”
Poi, seguendo il consiglio del suo mentore G.Pasquali, fa il “fuori pista”, guarda altrove, sfoglia altre storie.
“Passo poi all’esecuzione: produco materiale grafico, collages che hanno un’anima.
Io rendo armonico ciò che desidera il cliente, lavorando sulle contaminazioni PassatoPresenteFuturo, così variegato e contemporaneo.
La TEMPORALITÀ: è necessario dare nuova vita a ciò che ha una memoria.
Perché rinnovare non significa cambiare identità ad una casa, ma restaurarla con una visione attuale, preservandone l’anima; rileggere l’abitato in chiave contemporanea dove integrazione e guizzo creativo evocano il passato, leggono il presente e anticipano il futuro.
“Lo SPAZIO, quanto è importante lo spazio, costruire il proprio spazio: non è banale, il posto in cui si vive ed è necessario trovarci la propria dimensione.”
Lo SPAZIO INTERIORE
“C’è chi pensa che lo spazio sia una giusta apposizione di elementi. C’è chi ha urgenza di comunicare e ha la propria ossessione come figura da inseguire, è l’urgenza di perseguire le proprie esigenze espressive, una costante propria ad ogni professionista.
E’ ricerca artistica del cliente e del progettista: bisogna essere alternativi, legati alla trascendenza, al lato spirituale più intimo e personale; serve parlare di ciò che non è strettamente materiale. Nella vita di un uomo ci sono momenti simbolici, profondi: sono passaggi di spazi interiori, valori di comunione e condivisione spirituali.
Dove finiscono quei luoghi che ci hanno formato e che non sappiamo disegnare perché sono un sentimento?
Un album di istantanee in cui tutti abbiamo abitato almeno una volta.
Ogni interno che si rispetti dovrebbe tener conto di tutto questo.”
Parola di Milly.
se volete saperne di più, www.millymillesimi-interni.it
profilo Instagram millymillesimi
12/ 08 2020
Storie: IL RAGAZZO CON LA PIPA

IL RAGAZZO CON LA PIPA
@Alessandro Toniolli
Alessandro nasce e cresce nella terra fertile e nebbiosa della campagna reatina.
Poi il liceo, il servizio militare, l’università.
Tornare a Casa.
Ed è uomo adulto, padre.
“Io non so inventare storie, ma mi piace raccontarle”
È così che attacca a narrare, ogni domenica; a passo lento e linguaggio che insegue un orizzonte lontano, da raggiungere lungo tutta la vita, così come fanno gli uomini di mare.
Alessandro scrive già, per mestiere di notizie.
Scrive già, e chiude in un cassetto.
Da un po’, di domenica, scrive storie che appartengono alla sua memoria e alla storia di tutti noi, ed è già un appuntamento fisso su pagine condivise.
Sono storie salvate.
Le accogliamo qua.
28 GIUGNO 2020
Io non so inventare storie, ma mi piace raccontarle.
Questa è quella di quando Mike Tyson ha vendicato Muhammad Ali. Non è una storia di pugni e di sangue, non solo almeno, ma di uomini. Il 2 ottobre 1980 Muhammad Ali ha trentotto anni nove mesi e quindici giorni e non vuole smettere di combattere. È ricco, è un riferimento per la comunità afroamericana ed è sempre stato, già da prima del suo primo incontro, il pugile più forte di tutti i tempi. Ma è malato. Si parla di diagnosi nascoste, di certificati falsi. Ali sa di non stare bene. Lo sente. Avverte dei formicolii, e lui che aveva la testa e la parola veloci quanto se non più delle gambe e delle braccia, comincia a perdere colpi. Il pensiero è fulmineo come sempre, ma quando deve passare dalla bocca qualcosa si inceppa. Però non può smettere di combattere. Non può farlo. Così quella sera deve affrontare il campione del mondo Larry Holmes, trentun anni e all’apice della forma e della sua carriera. È stato il suo sparring partner, ma ora è il campione. È il momento: Ali porta in scena il suo personaggio e ci si infila perfettamente, ma nei suoi occhi si legge che questa volta sta recitando. Sia chiaro, è ancora un istrione. Lo è sempre stato. Ma ora deve esserlo, per forza. Anche fingendo. Non ha paura perché sa già a cosa va incontro, lo sa benissimo. Combatte la morte dandosi la morte pur di sentirsi ancora vivo per qualche istante. Il suo sguardo spiritato, solo per un attimo, vede la realtà. Poi torna di nuovo nel suo ruolo. Quello che gli spetta. Questo prima del gong il cui suono è come la campanella a scuola: finisce la fantasia e c’è solo la realtà. Per qualche frazione di secondo compie alcuni movimenti che gli ricordano quando si sentiva vivo. Ed è per questo che è là sopra. Su quel ring. Per sentirsi vivo anche solo per un secondo, anche se tutto il resto sarà dolore e le conseguenze lunghe negli anni. Muhammed Ali è forse il più grande intellettuale del novecento e tutto questo lo sa, non può non saperlo. Questa è una storia, non è una favola e allora Holmes picchia Ali quasi ininterrottamente per 10 lunghe riprese, vincendole tutte. Dieci riprese, trenta minuti di combattimento. Un’eternità. Un momento di dolore e di lotta per la sopravvivenza con la disperata speranza di quell’istante istante che ti faccia sentire ancora vivo. Durante l’incontro non si lega quasi mai all’avversario. Non vuole evitarsi nulla. Non è vincere o perdere. Ali è frastornato, è rallentato, sarà anche malato ma è Muhammad Ali e resta in piedi fino a che il suo allenatore non getta la spugna, perché non voleva finisse ancora. Forse voleva non finisse mai. Desiderare quel che non si può avere comporta soffrire. Ali sapeva che seguire la sua natura l’avrebbe condotto ad una punizione, la prese e la accettò, con la guardia alta e lo sguardo rassegnato. Ma in piedi, per prenderla tutta.
Michael Gerard Tyson nasce a Brooklyn il 30 giugno 1966 ed è forte. È forte e ama i piccioni. Li alleva, ci parla e quando ha dieci anni Gary Flowers tenta di rubargliene uno, ma per errore lo uccide. E allora Mike lo stende. Inizia a picchiare Gary Flowers per un piccione morto e non smette più. Picchia, poi ruba, picchia ancora e finisce in riformatorio. Molte volte. Là dentro incontra Mohamed Ali, in visita ai ragazzi dell’istituto. Il 22 gennaio 1988 Mike Tyson ha 21 anni, è campione del mondo ed è considerato da alcuni il pugile più potente di sempre, Larry Holmes ha 38 anni ma è convinto di poterlo battere con facilità. Almeno così dice. Mike ha una forza impressionante, vince quasi tutti i suoi incontri entro le prime tre riprese, ma non ha un padre. Ne aveva avuti quasi due, ma erano andati via troppo presto. Lasciandolo solo. Prima dell’incontro Mike ha una postura composta quando viene invitato a salire sul ring Muhammad Ali. Ali indossa occhiali da sole neri che nascondono gli occhi, un vestito sartoriale ed è elegante anche nel suo passo e nei suoi gesti incerti. Mike è composto e lo guarda poco anche se si avverte il suo rispetto. Forse sta pensando che è proprio così che avrebbe voluto un padre. Il migliore di tutti. E quell’uomo molto più alto davanti a lui aveva colpito quello che avrebbe voluto fosse suo padre tante e tante volte qualche anno prima. Forse Holmes a quel tempo già sapeva che Ali stava male. Ma Ali aveva scelto che il suo destino ed il suo castigo dovevano passare per le mani di Holmes, che non era un uomo cattivo. Ma Mike lo avrebbe battuto per lui. Nei pochi passi che compie sul ring andando verso Mike, Ali è di nuovo bello, forte e rassicurante. Si avvicina al suo orecchio sussurrando: “distruggilo Mike”. E quel ragazzo che amava i piccioni lo farà con la sua rabbia, la sua forza, il suo stile. Ma quasi cercando di restare ancora composto davanti a quell’uomo che da bordo ring lo guarda. Dietro quegli occhiali neri lo sguardo deve essere buono. Alla quarta ripresa Holmes va a terra tre volte. KO tecnico. È stato bravo Mike. Forse Ali sarà orgoglioso. Lui che non ha mai smesso di combattere e cercare attimi di vita, anche se dicono sia morto il 3 giugno 2016. Mike Tyson non ha mai smesso di amare i piccioni e di finire nei guai. Holmes partecipa ai talk show.
5 luglio 2020
Io non so inventare storie, ma mi piace raccontarle.
Ho sempre desiderato essere un cattocomunista. Non lo sono. Purtroppo la vocazione cattolica è sparita troppo presto. Quanto a quella comunista, serbo ancora un po’ di rancore verso Achille Occhetto. Sia chiaro, lungi da me criticare l’evoluzione del pensiero socialista ed il travaglio di un suo così alto esponente, ma un anno avrebbe potuto aspettarlo. Io invece ho compiuto 16 anni, età minima per tesserarsi alle organizzazioni politiche giovanili, l’anno dopo la Svolta della Bolognina. Tutto quello che è seguito, anche col nome comunista, non vale. Il Partito Comunista Italiano muore il 3 febbraio 1991. Quindi, non posso definirmi cattocomunista. Ma io un cattocomunista lo ho conosciuto. E lo ho conosciuto bene. Figlio di una numerosa famiglia proletaria del quartiere. Erano tanti. Tanti che quanti di preciso non so dire. Ricordo benissimo la madre, da sempre magra e anziana. A me bambino sembrava molto anziana, forse non lo sarà sempre stata, ma nella memoria è fissata così. Con i polpacci fini fini quando pedalava la bicicletta. Il padre lo ricordo meno, ma anche lui magro e anziano. Tutti comunisti. Comunisti come solo in Emilia. Perché in Emilia si era comunisti per ragione, amore e nascita. Anche da noi, per pochi eletti, era così. Ricordo la loro casa, ricordo perfettamente quell’odore di dignità e ristrettezze. Non ricordo niente di superfluo in giro. Non un giocattolo, nonostante due bambini e gli altri che lo saranno pure stati. Il cattocomunista era il più attivo in sezione ed il più attivo in parrocchia. Muratore, con le sue mani montava praticamente da solo la Festa de L’Unità come quella del patrono. Suonava ad ogni casa della grande campagna, anche la più isolata, per portare il giornale del Partito ed il prete a benedire. Per la campagna elettorale come per la raccolta della parrocchia. Bussava sempre lui ed suo sorriso. E tutti lo facevano entrare. Anche i fascisti. Se ricordo bene tre famiglie in tutta la pianura tra cui mio nonno. Ma con loro niente politica, solo parrocchia. Per quanto completamente e sinceramente credente nelle proprie convinzioni, tutte custodite con la stessa sacralità, era impossibile immaginarlo in una contrapposizione. Nemico solo di qualunque forma di vizio. Nemico del fumare, del bere, della lussuria, che però contrastava con tale grazia da non offendere mai chi li praticava. E naturalmente da non redimere nessuno. Quello forse era un cruccio, ma sentire di avere offeso l’animo di qualcuno sarebbe stato uno più grosso. E forse per questo, se lo faceva andare bene così. Lui era solo amore incondizionato e servente. Spesso mi sono interrogato, stupido e arrogante, sul suo mettersi a servizio. Perché non voleva essere lui segretario del Partito? Perché non voleva essere lui il prete o il vescovo? Ci sono voluti anni, e parecchi peli bianchi nella barba, per capire quanto alto potesse essere il suo senso di essere al servizio delle due istanze superiori per definizione: il comunismo e l’amore di Dio. Essere al servizio in quella sua altissima accezione oggi mi appare chiaramente in tutta la sua magnificenza. Io stupido e arrogante non capivo quello, come non potevo comprendere la sua assoluta serenità. La serenità di due fedi che portavano indiscutibilmente alla salvezza.
12 luglio 2020
Io non so inventare storie, ma mi piace raccontarle.
Marco era un grande cantante, un intellettuale raffinato e faceva traslochi. Quando lo ho conosciuto io era già stato molte altre cose. Note e whisky. Sudore e vino frizzante del bar. Tutto con una innata eleganza . Cosmopolita e di paese. Conosceva il mondo senza averlo visto, come Emilio Salgari e Antonio Ligabue. E aveva un senso dell’ironia che faceva luce. Falegnameria Santarelli e Alexanderplatz. Una tristezza ben celata. Marco con la sua camicia e Marco con la maglietta di Umbria Jazz 88. Marco e una maglia rossa. I zazarazaz del Bartali di Paolo Conte, il re della cantina di Vinicio Capossela ed i gorgheggi di Lucio Dalla. Chi conosceva il musicista ignorava quello che montava i mobili. Chi conosceva l’intellettuale ignorava il lavoratore. Molti gli ignari della strabiliante visione d’insieme. Un uomo ed un artista che era rivoluzione ed arte in sé. Un romanzo non scritto che usciva di casa ogni mattina con la sua Fiat Uno per tornare solo a notte fonda. Quando non di nuovo all’alba. Io Marco lo ho conosciuto e lo ho ammirato e gli ho voluto bene. Forse c’era una intesa naturale tra di noi. O forse mi piace pensarlo. Mi piace sapere e ricordare che insieme e insieme ad amici veri bevemmo una bottiglia di Sassicaia. Era il regalo di una donna che non era più importante e non faceva più male. Ma berla quella sera sì che è stato importante. Ed i sorrisi di Marco bagnati di quel rosso un regalo infinito. E sigari riserva. Poco dopo è andato via. È andato portando via tanto. Note, poesia, sorriso, notti, bevute. Un altro trasloco, l’ultimo. Forse. Ha lasciato una storia che magari si racconta ancora. In qualche bar di periferia ed in qualche locale jazz. Noi non ne parliamo. Se ci scappa il suo nome, facciamo un sorriso amaro e in silenzio buttiamo giù un sorso. È un brindisi a lui e pure questo non ce lo diciamo.
Foto di @Emiliano Grillotti
Festa del Sole 2011, concerto di chiusura di Marco Paolini ed i Mocambo. Una cosa che facemmo insieme.
Maurizio Santarelli c’è sempre stato.
19 luglio 2020
Io non so inventare storie, ma mi piace raccontarle.
L’Adriatico è un mare idraulico, intelligente ed operaio. È il mare della gente delle pianure e di quella dell’Appennino. È il mare di chi non sa cosa sia il mare e di quelli che sono nati e vivono con la pelle salmastra. È il mare dei grandi pescatori e di quelli con la canna sui pochi scogli e nei porti. È l’estate di noi tutti bambini. Dei miei Mondiali dell’82. Dei padri che arrivano il fine settimana. Del mio che arriva con una biciclettina rossa nel portabagagli dell’ Alfasud. Delle mamme che erano giovani, belle e formose. Sono figlio unico e sono stato un bambino piuttosto solitario. Inventavo per me storie fantastiche di cow boy, falegnami, marinai ed altro. Forse per questo ora non ne ho più. Devo averle finite. Mi incanta ancora molto di quello che vedo o che ho visto e ricordo, allora mi viene di scriverlo. Scrivendo, ora soprattutto, cerco di fuggire la paura che queste storie, come altro è successo e fa ancora male, possano fuggire anche loro. Mi illudo di fermarle, di tenerle con me. Forse da sempre cerco un antidoto al sentirmi solo. E mi illudo di comprendere meglio ciò che ho intorno, sapendo che non è vero. E questo magari è un bene: se comprendessi potrebbe svanire l’incanto e la voglia di capire. La vita in fondo è lunga ed in qualche modo bisogna pure impiegarla. Di quelle stagioni finite troppo velocemente ricordo alcune cose: I treni per Tozeur di Franco Battiato cantata insieme ad Alice, il bar dello stabilimento balneare dipinto di celeste, il profumo della mia colazione consumata in una tazza di plastica. Oggi mi piacciono le persone che affollano d’estate quella costa lunga e sempre uguale, quelli in canotta con la pancetta, ma anche i novelli vitelloni palestrati e tatuati. Le ragazze in perizoma e le signore anziane. Una umanità che con naturalezza abita questi luoghi senza sentirsi giudicata dal piano di sopra, come in una qualsiasi Capalbio che ha perso questo amore e questa empatia. Io a loro voglio bene e non è indulgenza, ma il riconoscersi in una semplicità che rimane tra le poche cose che al mio grosso naso ancora profumano di buono. Mi illudo di avere accanto, seduti su sdraio colorate, Federico Fellini e Pier Paolo Pasolini e che in silenzio tra gli schiamazzi anche loro si trovino a volere bene a questi luoghi ed a queste persone, che poi siamo noi, quello che siamo stati, quello che saremo. Perché non innamorarsi mai è quanto di più borghese si possa immaginare.
26 luglio 2020
Io non so inventare storie, ma mi piace raccontarle.
La storia si incrocia con le storie delle nostre famiglie, perché in fondo è vero che la facciamo noi.
Cesare Battisti classe 1875 fu un socialista, patriota ed irredentista. Luigi Toniolli classe 1889 coltivava le viti per la cantina sociale di Mezzocorona. Facce e storie di quasi un paio di secoli fa. Uno è morto impiccato, l’altro lontano dalla terra che aveva difeso. Le loro strade si incrociano nel Quinto Reggimento alpini, combattevano per Trento e per l’Italia contro gli austriaci. Pare che il 10 luglio 1916 sul Monte Corno fossero insieme ma Luigi ed altri militari di truppa siano riusciti a scampare alla cattura, Battisti no, di certo non erano loro l’obiettivo principale. Sicuramente invece Luigi ed i suoi compagni il 12 luglio 1916 erano nascosti in un sottotetto a Trento, guardavano verso il castello del Buonconsiglio ed hanno visto. Hanno visto il loro tenente arrivare su un carro tra le urla di scherno e le offese della folla. Hanno visto il boia Lang mettere il laccio al collo di Battisti e lo hanno sentito urlare forte per l’ultima volta “Viva Trento Italiana! Viva l’Italia!”. Hanno poi visto il laccio rompersi ed il boia impiccarlo di nuovo, facendo peso con il proprio corpo per portare a termine l’esecuzione. Si usava così.
Un pezzo di storia a cui ho pensato molto recentemente. Non so se le storie abbiano una morale, se ognuno ne possa trarre una propria. Si dice che la storia dovrebbe essere maestra, addestrare a non ripetere errori già commessi e già pagati. Una cosa come le botte ai cuccioli col giornale, ma più dolorosa. Io resto propenso al dubbio, e la situazione è aggravata da un certo pessimismo che non conoscevo e che pare aumentare come le candeline sulla torta. Forse si impara qualcosa, forse no. Forse si progredisce, forse no.
Luigi comunque ha vinto la sua guerra e non porta rancore, anzi suo figlio Rodolfo gli ha portato in casa una sud tirolese. Adelaide Zelger è nata a Klausen in Val D’Isarco e dopo la guerra la sua famiglia si è trasferita in Austria. Quando ha parlato loro di Rodolfo si è sentita dire “ma ti sposi un italiano?”. In tedesco, l’unica lingua che parlano. Ma loro si amano e comunque adesso il problema di Luigi è un altro. In Trentino c’è poco lavoro. La paga dei mesi in vigna non basta alla famiglia. Il Trentino ed il Veneto sono regioni povere. Vi basterebbe chiedervi perché tanti cognomi veneti nell’agro pontino. O perché nei film in bianco e nero le “ragazze di servizio” hanno sempre accento veneto. Da lì si va via a cercare un futuro migliore. Luigi e la sua famiglia lo cercano in provincia di Rieti. L’occasione è la costruzione delle dighe. La valle del Salto non è la sua valle e Luigi vuole guadagnare abbastanza per tornare a casa sua. E nel frattempo non acquisisce usi e costumi: mangia a modo suo, veste a modo suo ed ha l’aquila a due teste tatuata sull’avambraccio. Ora immaginate l’accoglienza ad uno coi pantaloni alla zuava ed il cappello con la penna all’osteria di Casa Penta. Pare siano stati necessari mesi e qualche cazzotto ben assestato per guadagnare il diritto ad un litro in pace ed in seguito anche qualche amicizia. Luigi è un socialista, patriota ed irredentista. Ed è un emigrante che vuole tornare nella terra per cui ha combattuto. Gli mandano la grappa dal paese ed è morto a Rieti nel 1970.
Nella foto c’è Luigi a Grotti, Rieti. In braccio mio padre, per mano mia zia. Era il 1940. Mio nonno Rodolfo era in guerra e Adelaide lo aspettava. Anche suo fratello Umberto era al fronte, non è mai tornato. A dire il vero non si sa dove, se e quando sia morto. Pare che l’8 settembre del 1943 in Montenegro si sia rifiutato di consegnarsi ai tedeschi. Ma queste sono altre storie.
2 agosto 2020
Io non so inventare storie, ma mi piace raccontarle.
Questa è la storia di un aereo, della nostra montagna, di Vincenzo Curini e di miss Italia. L’aereo è un Douglas DC 6 Sabena, la nostra montagna è quella dietro cui nasce il sole, Vincenzo è un ragazzo nato a Capolaterra, proprio lì sotto. Miss Italia è Marcella Mariani, è bellissima, ha già girato nove film, ha gli occhi verdi e avrà per sempre solo diciannove anni. A dire la verità questa è anche la storia di Luigino Rossi, ma a me l’ha prestata Vincenzo attraverso la voce del figlio Ruggero, e quindi spero per questo mi perdonerà se lui arriva dopo.
A Terminillo quell’anno l’inverno è ruvido e freddo. Come quel pomeriggio del 13 febbraio 1955 quando l’aereo con a bordo i suoi 29 passeggeri, tra cui Marcella, decollato da Bruxelles alle 17:17, scompare dal radar. Lo cercano nel lago di Bolsena, nel viterbese, in mare. L’ultimo contatto del pilota con la torre di controllo di Ciampino è alle 18:53, poi la comunicazione si interrompe bruscamente. Passano i giorni.
È il 21 febbraio e Vincenzo e Luigino sono sul monte, seduti al bar dell’Albergo Cavallino Bianco quando sentono alla radio che un caccia G 91 in perlustrazione sul Terminillo ha avvistato la sagoma dell’aereo. La zona è nota a quelli del posto come Valle Fracia, un avvallamento in cui si raccolgono le acque provenienti dalle creste. Ma in questa stagione c’è solo neve, e tanta. Vincenzo e Luigino conoscono la zona, ci vanno a fare legna e sono giovani, con tutto quello che questo comporta in fatto di incoscienza. Hanno vent’anni e agiscono d’impeto e si mettono in marcia in compagnia di un aviere della casermetta. Ora non immaginate vestiti in Gore Tex sgargianti e lamine affilate, ma solo lana, fustagno, sci e pelli di foca. Questo c’era. Gli sci di Vincenzo sono Lamborgini Zig Zag e Ruggero, mentre racconta, ancora maledice quello che glieli ha buttati via, che prima o poi gliela farà pagare. La forza nelle gambe ed i vent’anni possono molto: il passo è sostenuto, le discese veloci, ma la fatica è tanta. Tanta come la neve e il freddo, quel freddo che devi respirare col naso per riscaldare un po’ l’aria, che se respiri con la bocca graffia da fare male e gela i polmoni. Ma quando hai l’affanno, provaci tu. L’aviere ad un certo punto molla, si deve fermare. I due proseguono, anche Vincenzo è stanco e si attarda dietro al compagno, senza però mai perderlo di vista. Al crinale di Valle Fracia arriva per primo Luigino, la coda dell’aereo è alta a bandiera, si avvicina ancora, ma davanti a quello che vede si blocca, pochi istanti dopo Vincenzo è al suo fianco, immobile anche lui.
E’ tutto fermo e silenzioso, come i corpi. Quelli però sono congelati. Occhi aperti, occhi chiusi, posizioni diverse ma il terrore di quell’ultimo istante di vita è rimasto cristallizzato e spaventoso. Fissi in quell’istante destinato a restare per ognuno infinito. Non so se in quei minuti hanno visto, hanno riconosciuto Marcella. Di sicuro anche lei era fissa nel suo terrore. Forse ha pregato o forse ha rivolto l’ultimo pensiero ad un innamorato, forse alla famiglia. Quell’ultimo pensiero resta comunque anche lui fermo nel gelo, come i suoi diciannove anni. Il ritorno in paese è più lento e dominato da quel silenzio che li aveva presi sotto le creste e non li ha mollati più.
Per il recupero dei corpi sono necessari nove giorni. Al lavoro con barelle di fortuna ci sono uomini, ragazzi e anche qualche donna di Capolaterra, di Lisciano, qualcuno di Leonessa. La montagna è animata di curiosi, giornalisti e autorità impettite. Vincenzo e Luigino vengono intervistati e fotografati dalla Domenica del Corriere, che a Marcella e alla tragedia dedica la copertina illustrata da Walter Molino.
La foto è proprio questa, Luigino a sinistra e Vincenzo a destra. La triste notorietà di un momento per quei due giovani montanari. Quando lo Stato distribuisce le medaglie per il recupero sono in molti ad appuntarsela sul petto. Vincenzo e Luigino no.
Per raccontare questa storia qualcuno ha scritto anche una canzone, ma io non so cantare, quella è roba da genovesi, e allora io la scrivo: “L’apparecchio partito dal Belgio, sorvolava il cielo italiano, il pilota si perse la mano, ventinove persone moriron… Tra queste c’era la bella, la bella Marcella…”
9 agosto 2020
Io non so inventare storie, ma mi piace raccontarle.
È l’estate del 1940 ed uno studente al quinto anno di medicina torna al suo paese per trascorrere le vacanze estive. Si chiama Donato Cattani e solo dopo qualche ora viene nominato medico condotto da chi occupa già quel posto: “da oggi farai tu il medico, perché io non posso più venirci; abito lontano, sono anziano e stanco”. Così gli dice. Queste che a voi sembrano fantasie romanzate sono in realtà le memorie di quello studente, divenuto poi medico, raccolte con amore e dedizione, da sua moglie Gianna Federici Cattani nel libro “Un medico condotto”.
Passano i giorni e tra visite ad anziani e la cura di piccoli malanni arriva il 7 agosto, Donato viene chiamato d’urgenza perché poco dopo Grotti c’è una donna che non riesce a partorire. Sellata la cavalla il giovane si mette in viaggio, consapevole dell’atto improvvido che sta per compiere. Perché lui non solo l’esame di ostetricia non lo ha sostenuto, ma non ha ancora neanche frequentato le lezioni. Però non gli sembra il caso di deludere le aspettative di quella povera gente per quello che lui considera un piccolo dettaglio. Perché sono anni di guerra e ai dettagli non puoi dare conto. Arrivato sul posto trova una giovane donna alta, bionda e con un forte accento tedesco che passeggia su e giù per la cucina tenendosi con le mani l’enorme pancia. Ad attenderlo c’è anche l’ostetrica che lo scruta con aria interrogativa. Lo studente fa ricorso a tutte le sue conoscenze, ostenta sicurezza e invita la donna a seguirlo nella camera matrimoniale. La fa sedere sulla sponda del letto con il marito al suo fianco, lui si mette dall’altro lato con la levatrice che davanti, in ginocchio, è pronta ad accogliere il bambino. Nella sua testa doveva funzionare così. I due uomini poggiano delicatamente le braccia sulle spalle della donna mentre Donato dice ciò che gli sembra più giusto: “spingi!”. Bastano tre spinte per veder uscire un bambino grande e forte. Ha funzionato. Pesa 6 chili. Il 26 aprile del 1976 quel bambino sarebbe diventato mio padre.
Mio padre mi ha insegnato l’amore per la natura ed i segreti della caccia. Una cosa del ‘900, da Mario Rigoni Stern, che ho imparato a conoscere nei racconti che ogni mese pubblicava sulla rivista Diana, cui era abbonato e che conservava con cura. Una cosa del ‘900 che valla a spiegare alle anime belle dalle mani senza calli di questo secolo quasi nuovo e di silicio. Mio padre ha sempre parlato poco, ma ha provato ad insegnare con l’esempio. Da lui ho imparato tutto quello che so fare, avvitare, svitare, aggiustare. La storia e la geografia. A stare sempre dalla parte degli ultimi, e degli indiani. Purtroppo non ho imparato ad essere buono come lui. È così buono che nonostante tutto il mio impegno non sono riuscito a deluderlo. E questa è una cosa di cui non ti liberi. Mio padre è veramente una persona buona, la più buona che io abbia mai conosciuto. Di quella bontà assoluta e costante che può solo farti incazzare. Mio padre ha conosciuto il sacrificio ed il raggiungimento dei suoi sogni piccoli, ed è rimasto buono e umile. Mio padre ha conosciuto il dolore, la malattia e tre o quattro volte la morte. Ma è rimasto sempre buono e gentile. La seconda volta che ha incontrato la morte me lo ricordo steso nudo in un letto di rianimazione e privo di conoscenza, ma aveva il petto talmente largo e forte che io e lui sapevamo che non era finita lì. Sono passati più di una decina d’anni e oggi ne compie 80. Nonostante molti medici mi abbiano detto non so quante volte che era finita. Ma forse l’unico ad avere ragione è stato quel Donato Cattani ed il segreto è crederci e spingere.di anni fa.
Non siamo tipi da foto o selfie, questa infatti è la più recente ed è di un paio di anni fa.
Stavamo a Terminillo ed eravamo contenti.
16 agosto 2020
23 agosto 2020
Io non so inventare storie, ma mi piace raccontarle.
Questa settimana ne avevo in mente una per raccontare quello che è successo ad Amatrice ed in buona parte di Appennino alla fine dell’agosto 2016. Volevo farlo da un punto di vista diverso. Lo avrei fatto raccontare ad un cane, ma non un cane qualsiasi. Forse sarebbe stata una bella storia, ma non ce l’ho fatta. Ogni tanto bisogna stare zitti, anche con la penna. Forse prima o poi la scriverò. Chi legge sa che tra le parole vuole trovare qualcosa di tuo, o se non tuo di qualcun altro, che permetta di rivivere le esperienze belle ed esorcizzare quelle brutte. Ed in quel momento le tue parole hanno una piccola funzione. Me ne rendo conto, ma stavolta credo sia giusto dare spazio al pudore e al rispetto. E poi almeno in questo faccio un po’ come mi pare.
Quindi non ci sarà nessuna storia. Ma due righe sulla mia terra le scrivo uguale. La mia terra, anzi la nostra terra si chiama Appennino, e già che non sappiamo questo mi pare cosa grave. Siamo di Cantalice, di Civitella del Tronto, di Porretta Terme. Tanti paesi divisi in tante regioni e non ci accorgiamo di essere uguali. Un nome lo abbiamo, ma non lo usiamo. Non sappiamo neanche come ci chiamiamo, ma se ci incontriamo in uno dei nostri bar, che pure quelli sono tutti uguali con la cameriera con il culo all’insù, la scollatura aperta e piena ed il sorriso sincero e facciamo due chiacchiere capiamo tutto. Uno che paga da bere si trova sempre e ci troviamo a capire che il problema più grande che abbiamo è che la gente parte e non torna più. Che ormai non ci sono più i giovani e che sono proprio le loro mani, le loro teste, i loro libri e le loro motoseghe che ci servono. E serve pure una buona compagnia per quel tesoro della barista, che i vecchietti e pure il prete ci provano a fare il loro, ma mica vale. Che poi oggi che il mito della città è moribondo come quello delle grandi fabbriche che hanno creato insieme l’inurbamento ed il nostro spopolamento, capirlo dovrebbe essere pure più facile. Chissà se a Marina che sono sei mesi che è in smart working nel suo appartamento di 80 metri quadri a Roma, pagato con una promessa di 30 anni di vita, è venuto in mente che quel lavoro col nome così moderno lo poteva fare anche da casa della nonna a Genga, che è chiusa da trent’anni e forse viene giù. Che magari poi a Genga o a Turania, se l’idea viene ad una decina di giovani come Marina, si riapre l’asilo e poi vai tu a vedere come va a finire. Poi Roma, L’Aquila, Bologna o Pistoia per andare a vedere un film in 3d, una mostra, un concerto o bere un drink come cristo comanda non sono mica così lontane. Il lavoro oggi potrebbe tornare qui, anzi i lavori, tanti e diversi e riportare con loro un borsone di Francesco, Lucrezia, Maria, Giovanni, Vincenzo e pure qualcuno con un nome del cazzo tipo Loris, Samuel e Pamela.
Io sinceramente ho creduto che l’immane tragedia del terremoto avrebbe acceso la luce su queste terre. Gli anni passano e a volte ci credo meno.
Spero di tornare a raccontare una storia la settimana prossima, la penna è sempre carica, il resto a volte no.
Le foto le rubo, e lo so che non si fa, ma sono un peccatore impenitente. Questa la ho rubata perché magari a qualcuno viene voglia di leggere La leggenda dei monti naviganti di Paolo Rumiz. Oppure di vedere il film documentario Ritorno sui monti naviganti che sono proprio belli.
https://m.feltrinellieditore.it/opera/opera/la-leggenda-dei-monti-naviganti/
30 agosto 2020
6 settembre 2020
13 settembre 2020
20 settembre 2020




28 dicembre 2020


a domenica prossima…
25/ 03 2019
Tales of the Wanderers

Tales of the Wanderers 2019
Tales of the Wanderers
Riprende il viaggio letterario della rassegna Tales of the Wanderers nella suggestiva atmosfera del The Wanderer Whisky,beer And Cocktails, via T. Varrone 41 – Rieti.
https://www.facebook.com/profile.php?id=530674153993051&ref=br_rs
Lo scorso inverno abbiamo celebrato l’Inghilterra vittoriana attraverso l’universo orrorifico e fantastico di H.P. Lovecraft, le poesie e visioni di William Blake, il solstizio d’Inverno nei sussurri e leggende dalla nebbia di Avalon da cui emergono storie di streghe, vittime e regine, i Penny Dreadful, i “mostri” più famosi della letteratura da Frankenstein a Dorian Gray, dal Dr. Jekyl a Dracula, streghe e licantropi, catapultati nella gotica Londra vittoriana, chiudendo con il linguaggio evocativo e fantastico di W.B. Yeats e della sua verde Irlanda.
“Non è morto ciò che può vivere in eterno, e in strani eoni anche la morte può morire”
“Il corpo dell’uomo è un giardino di piacere e una costruzione di magnificenza. […] Nel tuo petto racchiudi il tuo paradiso e la terra e tutto quello che abbracci […] nella tua immaginazione, di cui questo mondo mortale non è che un’ombra”.
“Adorabile strega, ami tu i dannati?
Dimmi, conosci l’irremissibile?
Conosci il Rimorso dai dardi avvelenati
cui il nostro cuore serve da bersaglio?
Adorabile strega, ami tu i dannati?”
C. Baudelaire
“Beat, happy stars, timing with things below,
Beat with my heart more blest than heart can tell.
Blest, but for some dark undercurrent woe
That seems to draw – but it shall not be so:
Let all be well, be well.”
Pulsate, stelle felici, a tempo con ciò che è sotto di voi
Pulsate con il mio cuore, più lieto di qualsiasi cuore
Lieto. eccetto che per alcuni segnali nascosti di dolore
che sembrano attirarmi – ma non deve essere così:
che tutto vada bene, che vada bene.”
Da Maud
– John Clare –
“Credo nella magia, nell’evocazione degli spiriti, anche se non so che cosa sono; credo nel potere di creare a occhi chiusi magiche illusioni nella mente e credo che i margini della mente siano mobili, che le menti possano fluire l’una nell’altra, così creando o svelando una mente o energia unica, poiché le nostre memorie sono parti dell’unica memoria della natura.”
TALES 2019
Il 29 marzo ripartiremo alla volta del romanzo vittoriano con ” A journey from Wuthering Heights to the lighthouse”: leggeremo le opere delle autrici fra le più celebrate della letteratura inglese, da Jane Austen alle sorelle Anne, Charlotte e Emily Brontë a George Eliot fino a Virginia Woolf; il 19 aprile con ” Not all those who wander are lost” viaggeremo nel mondo epico e fantastico creato da J.R.R. Tolkien; il 17 maggio sorvoleremo cieli poetici con i versi di Lord Byron, John Keats, P.B. Shelley e gli altri; infine il 14 giugno navigheremo con i pirati e i marinai e andremo all’ avventura coi bucanieri di S.T. Coleridge, J. Verne, R.L. Stevenson e J. Swift.
20/ 03 2019
Reading Essere

I reading Essere non si fermano, le letture si susseguono oramai dall’agosto 2017 sempre intense e partecipate!
La rassegna RACCONTI DI PRIMAVERA “Un viaggio tra parole alcoliche” , qui di seguito il calendario dei reading della rassegna,
vedrà protagonista domenica 24 marzo la letteratura dell’Eros, “Tenace come gli inferi è la passione”, cit. dal Cantico dei Cantici
Nel corso dei secoli ogni generazione ha avuto la sua letteratura sensuale da leggere. Uomini e donne di ogni età si sono distratti con libri che hanno cambiato quello che la gente pensava sul sesso e sull’amore romantico anche con certo clamore, e molto spesso hanno mutato gli stessi legami fra uomini e donne. In epoca moderna questo tipo di letteratura – in passato di dominio maschile – è stata ripresa da scrittrici donne, con punti di vista molto diversi e accattivanti.
In attesa delle letture di domenica 24 marzo, vi lasciamo qualche proposta letteraria: titoli e autori culto della letteratura erotica, irrinunciabili per chiunque ami unire il piacere dell’eros a quello della lettura.
Kamasutra di M.Vatsyayana
Non si può parlare di erotismo classico senza citarlo. Il Kamasutra è ben noto da molte generazioni e culture, anche se è stato scritto intorno al VI secolo. E’ più un manuale o trattato filosofico che altro, ma ha l’obiettivo di far raggiungere l’armonia del sè in quattro punti principali: il benessere fisico economico, il desiderio, il Dharma cioè l’equilibrio fra i due precedenti, e la liberazione dal legame materiale per giungere alla coscienza dell’individuo.
Il Marchese De Sade è senza dubbio uno degli autori simbolo della letteratura erotica, specie della più scabrosa e “oscura”. Tra le due opere più celebri spiccano La filosofia nel boudoir, in cui si narra delle lezioni del precettore Dolmancé, maestro di lussuria e di crimine, che hanno luogo nel “delizioso boudoir” di Madame de Saint-Ange, e Justine, ovvero le disgrazie della virtù, che racconta una Francia in cui dominano il vizio e la corruzione. (1791)
Questo romanzo si concentra su una bella ragazza di nome Justine. Nella sua vita ha raccolto una serie di incontri con esplicite richieste estreme, incluse le scene in cui lei è costretta ad essere una schiava. L’autore, il Marchese de Sade, da cui il termine “sadismo” era ben noto per il suo abuso e maltrattamento delle donne, soprattutto per gratificazione sessuale “La sottomissione più completa è la tua sorte, e questo è tutto.” Nata come racconto Justine venne pubblicata in tre versioni a causa del progressivo sviluppo delle avventure della protagonista che richiese continui aumenti nel testo originale e anche delle scene erotiche.
Le relazioni pericolose di Pierre Choderlos de Laclos (1782)
Un uomo più anziano seduce una donna più giovane per sport, e anche in modo che possa entrare nei mutandoni di un altra donna anziana, un incrocio molto rischioso che per qualcuno finirà male.
Un libro avvincente, originale, irritante e provocatorio, che può essere letto come una fiaba, per puro divertimento o come un saggio sui costumi, ma le relazioni ancora oggi possono essere sempre pericolose.
“Grazie al caldo soffocante di questi giorni, un semplice abitino di cotone mi lascia vedere la morbida rotondità dei fianchi, solo una leggera mussolina le copre il seno; e le mie occhiate furtive, ma penetranti, ne hanno già intuito la forma incantatrice”.
Venere in pelliccia di Leopold von Sacher-Masoch (1870)
Venere in pelliccia è un opera archetipa del genere BDSM che comprende bondage, dominazione, sottomissione, feticismo e masochismo, derivante dal cognome dell’autore. La storia ruota attorno a un uomo che chiede alla sua donna di essere il suo schiavo mostrandole così amore e adorazione.
“Di regola è l’uomo a esser premuto sotto il piede della donna, come lei sa meglio di me!” esclamò Monna Venere con sovrano disprezzo. “Certo, ed è proprio per questo che non mi faccio illusioni.” “Ciò significa che adesso lei è il mio schiavo senza illusioni, e io quindi la calpesterò senza pietà”.
Tra i romanzi erotici, Histoire d’O, pubblicato nel 1954 dall’autrice francese Dominique Aury sotto lo pseudonimo di Pauline Réage, è di certo uno dei più controversi. Il romanzo esplora la dinamiche dei rapporti erotici di dominio e sottomissione, raccontando la Storia di O, che per amore di René acconsente a recarsi al Castello di Roissy, dove sarà alla mercé di altri uomini e sperimenterà ogni tipo di pratiche erotiche, in un apprendistato sessuale che la renderà una perfetta schiava. E proprio in questa dimensione di annullamento della volontà che O trova la sua felicità, anche se il suo “padrone” non sarà Renè, ma un altro uomo…. Sebbene O ha una dura punizione intensa e sensuale per mano del suo amante, lo fa attraverso la propria volontà. Si tratta di una lettura movimentata che esplora le motivazioni e le dinamiche di un rapporto complesso.
Pauline Réage (1907-1998), alias Dominique Aury, scrisse Histoire d’O per dimostrare all’editore Jean Paulhan che anche una donna poteva scrivere un romanzo erotico di successo. Il libro, edito nel 1954, vinse l’anno successivo il Prix des Deux Magots.
Il Delta di Venere è forse il libro che più di ogni altro – oltre gli indimenticabili Diari – rappresenta lo stile erotico di Anais Nin, scrittrice culto della letteratura erotica del ‘900. Con i suoi racconti – scritti su commissione per un misterioso committente, lavoro procuratole dall’amico e amante Henry Miller – Anais è in grado di eccitare i sensi e di sondare le più intime profondità dell’animo umano, esplorando anche le più sordide fantasie con grazia e straordinaria potenza.
Composto da 15 racconti scritti negli anni ’40 per un privato collezionista, ma pubblicati solo postumi nel 1977 evoca una cascata di incontri sessuali. Redatto con un proprio linguaggio sensuale ed esplorando un territorio che in precedenza era dominato da scrittori uomini con propri punti di vista. Nell’introduzione scrive:
“In questa collezione di racconti erotici, scrivevo per divertire, sotto pressione da parte di un cliente che mi chiedeva di “lasciar perdere la poesia”. E così mi pareva che il mio stile fosse un prodotto della lettura dei lavori maschili. Per questa ragione, per un lungo periodo ebbi la sensazione di esser venuta meno al mio io femminile. E misi da parte i racconti erotici. Rileggendoli ora, che son passati molti anni, vedo che la mia voce non era stata messa completamente a tacere.”
Emmanuelle di Emmanuelle Arsan, è stato pubblicato per la prima volta a Parigi nel 1967. Da lettura di nicchia è diventato abbastanza rapidamente un best seller mondiale e ha dato vita anche a una serie di film erotici dapprima tratti, e poi ispirati al romanzo. La storia racconta le avventure erotiche, sofisticate e libertine al tempo stesso, della giovanissima moglie di un diplomatico francese a Bangkok, eroina sessualmente emancipata e culturalmente cosmopolita, in omaggio al classico binomio erotismo-esotismo.
Paura di volare di Erica Jong (1973)
Prima di Sex and the City e Cinquanta sfumature di grigio c’era la storia di Isadora una poetessa che racconta le sue passioni erotiche durature e liberatorie per le donne di tutto il mondo. Durante un viaggio a Vienna col marito incoraggerà fantasie sessuali con un altro uomo tentando di trovare una ragione nella sua vita e nelle sue relazioni.
“Che razza di donna eri mai? Come potevi continuare a innamorarti di uomini che non conoscevi nemmeno? Come potevi fissare a quel modo la patta dei loro pantaloni? Come potevi startene lì, a una riunione, e immaginare come dovevano essere a letto tutti gli uomini presenti?”.
In Candore di Mario Desiati, il protagonista, Martino Bux, sin da ragazzo è completamente ossessionato dal porno e dal suo immaginario: si innamora solo di donne che somigliano ad attrici hard, lavora solo in posti in cui regnano libertinaggio e sensualità esplicita, si affida a chiunque possa concedergli un attimo di felicità del corpo. Attraverso questo personaggio, l’autore ripercorre un trentennio di storia del porno, durante il quale la pornografia si è trasformata in un fenomeno di massa, in cui immagini e video hanno invaso il web, saturando l’immaginario collettivo.
Carlo d’Amicis, l’autore de Il gioco, affronta il legame triangolare (il gioco, appunto) che si instaura tra un bull, una sweet e un cuckold, raccontando il caos generato dalla pulsione erotica, che non ha né ruoli né confini precisi. I personaggi di questo libro hanno deciso di vivere il desiderio in maniera totalizzante, senza limiti imposti dalla società e, proprio attraverso il sesso, riescono a trovare (o almeno a cercare) se stessi: “La loro vivace vita erotica non rappresenta un’evasione, una fuga dalla realtà, ma uno strumento investigativo per conoscere meglio la loro vera natura, per farne, in qualche modo, un’esperienza umana“, ha sottolineato D’Amicis.
Vi lasciamo con i versi di Arthur Rimbaud: per il poeta la seduzione è un gioco a chi si lascia andare prima
Ella era ben poco vestita
Ella era ben poco vestita
E degli alberi grandi e indiscreti
Flettevano i rami sui vetri
Con malizia, vicino, vicino…
Seduta sul mio seggiolone,
Seminuda, giungeva le mani.
Al suolo fremevano lieti
i suoi piccolissimi piedi.
Io guardavo, colore di cera,
un piccolo raggio di luce
sfarfallare nel suo sorriso
e sul suo seno, mosca al rosaio.
Le baciai le caviglie sottili.
Ebbe un ridere dolce e brutale
Che si sciolse in un limpido trillo,
Un ridere grazioso di cristallo.
I suoi piedini sotto la camicia
Si salvarono: “Beh, vuoi finirla?”
La prima audacia era stata permessa,
Ma ridendo fingeva di punirla!
Baciai, palpitanti al mio labbro,
I suoi timidissimi occhi;
Lei ritrasse la sua testolina
Esclamando: “Ma questo è ancor meglio!…
Signore, ho qualcosa da dirvi…”
Tutto il resto gettai sul suo seno
In un bacio, del quale ella rise
D’un riso che fu generoso…
Ella era ben poco vestita
E degli alberi grandi e indiscreti
Flettevano i rami sui vetri
Con malizia, vicino, vicino..
e di Patrizia Valduga,poetessa italiana
Terra alla terra, vieni su di me:
voglio il tuo vomere nella mia terra,
fiorire ancora traboccando
e offrire il fiore a te, mio cielo in terra.
10/ 03 2019
OttoMarzo

“OttoMarzo”
è la giornata che Solea Arte e Cultura
in collaborazione con l’Alessandro Rinaldi Foundation ha dedicato all’Arte, la Fotografia, la Pittura, lo Stile, la Lettura e la Scrittura negli spazi del Sazerac caffè in via Roma 1, Rieti.
Sono stati ospiti dell’evento l’artista e designer campana, trapiantata a Lipari, Loredana Salzano Artepensierodesign , che realizza ceramiche artistiche, pitture informali, sculture con materiali di recupero provenienti direttamente dal mare.
“Alice Attònita” e “Nostra Signora dei Vulcani” sono i nomi con i quali l’artista è conosciuta al pubblico attraverso mostre ed eventi di arte e design a livello nazionale e internazionale. E’ anche autrice della raccolta di poesie “Isole brade”, pensieri sparsi, sospesi tra realtà e sogno, intrisi di mare, impregnati di colori e profumi mediterranei.
https://www.facebook.com/soleaitalia/videos/401442283753444/?t=2
Ospiti di OttoMarzo anche Itzel Cosentino Photographer , che ha esposto alcuni suoi scatti
Maia Palmieri , artista e designer reatina che ha esposto nelle sale del Sazerac caffè le sue “plexybag”
realizzate in pelle e plexiglass, lavorato con cura artigianale e impreziosito con il tocco artistico del dipinto realizzato interamente a mano ed i gioielli Xme in acciaio
Benedetta Bellucci editrice e curatrice delle edizioni Puntidivista Casa Editrice, casa editrice formata da un gruppo di donne coraggiose, determinate, sognatrici e fantasiose e operativa a Rieti, presenterà i suoi prodotti editoriali e la sua nuova linea di gioielli in plexiglas
grafico, web designer e copywriter, si occupa di fotografia, architettura e interni per una società europea. Ama i ritratti, la fotografia analogica e la camera oscura. Collabora con il Teatro Furio Camillo ed altri teatri romani; per l’intero pomeriggio ha ritratto i partecipanti in un set fotografico allestito negli spazi del Sazerac caffè.
Di seguito tutti gli scatti d’autore dell’intera giornata dedicata all’OttoMarzo
Alle h 19.00 è partita la maratona letteraria dedicata al libro di David Herbert Lawrence
“L’amante di Lady Chatterly”
23/ 01 2019
Giovanni Lucchese “L’uccello padulo”

Giovanni Lucchese, vincitore del Premio Giallo al Centro edizione 2018, è tornato a Rieti
Domenica 20 gennaio Giovanni Lucchese ha aperto la tourne delle presentazioni del suo ultimo libro “L’uccello padulo” Alterego Edizioni al Depero Club, via T.Varrone 36 – Rieti.
La serata con Giovanni Lucchese è stata moderata da Benedetta Bellucci, editore di Punti di Vista e membro dell’Alessandro Rinaldi Foundation
Altre immagini della bella serata in compagnia di Giovanni Lucchese
L’UCCELLO PADULO
Sinossi
Affascinante, nobile e scandalosamente ricco.
È Gianandrea Ludovisi, detto Billo, un ragazzo che trascorre il tempo tra shopping sfrenato, sesso occasionale, droga e notti brave in giro per la capitale.
Al termine di una di queste serate, ridotto in uno stato pietoso, Billo conosce Mamma Sophie, un’attempata trans che gestisce una piccola masnada di personaggi eccentrici. Tra i due nasce un’amicizia tanto insolita quanto profonda.
Il rapporto di Billo con la nobile famiglia di appartenenza, composta da un padre arrogante e megalomane, una madre stralunata e depressa, e due fratelli completamente privi di carattere, inizierà a sfaldarsi sempre di più, in favore del fascino che il gruppo di Mamma Sophie esercita su di lui.
L’uccello padulo è un romanzo provocatorio e irriverente, una processione di personaggi bizzarri e anomali che si sono inventati un proprio ruolo nel mondo. Ma è anche un affresco nostalgico e tenero di un’età di mezzo, una poesia visionaria sul concetto di appartenenza e di famiglia, un processo di trasformazione di un protagonista che ha, in sé, una buona fetta di tutte le contraddizioni umane.
Giovanni Lucchese è nato e vive a Roma.
Appassionato di musica, cinema e cultura pop, ha frequentato i corsi di scrittura della scuola Omero, con la quale collabora scrivendo recensioni musicali, articoli di attualità e racconti brevi per la rivista “Mag O”.
Ha pubblicato i racconti L’allievo e Il più grande cornuto dell’universo sulla rivista Carie.
Nel 2016 ha esordito con la raccolta di racconti Pop Toys (Alter Ego Edizioni).
Del 2017 è il romanzo Questo sangue non è mio (Alter Ego Edizioni), vincitore del festival Giallo al Centro Rieti 2018.
L’uccello padulo è il suo secondo romanzo.
12/ 06 2018
Monet, Complesso del Vittoriano


Care Amiche e cari Amici di Solea, nei giorni scorsi siamo stati a visitare la mostra di Monet a Roma al Complesso del Vittoriano. Le foto non rendono giustizia ai capolavori, perdonateci per questo! Vi assicuriamo che è sempre “troppo” emozionante vedere questi capolavori. Vi promettiamo foto magnifiche dal nostro prossimo “incontro” con Monet direttamente a Parigi e a Giverny!
Brevi cenni biografici: Claude Monet nasce a Parigi nel 1840, a quindici anni a Le Havre è già famoso per le sue caricature. Quì impara dal suo primo maestro Boudin a dipingere all’aperto, davanti al paesaggio. torna a Parigi e frequenta lo studio libero dell’Accadémie Suisse, dove conosce Pissarro. Nel ’65 espone due sue marine al Salon suscitando l’interesse di molti, ma nel ’67 si vede rifiutare le sue “Femmes au jardin”. Nel ’74, da un suo quadro intitolato “Impressonione, levar del sole”, nasce il nome di IMPRESSIONISTI che viene assegnato ai compagni che avevano esposto con lui nella prima collettiva del gruppo nei locali del fotografo Nadar. Frequenta Manet e Renoir ad Argenteuil; a Vétheuil, nel ’79, muore sua moglie Camille, presenza costante anche nella sua arte. Si risposa con la vedova del collezionista Hoschedée va a vivere a Giverny. Monet trasformò la pittura en plein air in un rituale di vita e – tra la luce assoluta e la pioggia fitta, tra le minime variazioni atmosferiche e il sole, riuscì a tramutare i colori in tocchi di pura energia, riuscendo nelle sue tele a dissolvere l’unità razionale della natura in un flusso indistinto eppure abbagliante.
Il percorso espositivo racconta l’evoluzione della carriera di Monet nelle sue molteplici sfaccettaure, dalle celebri caricature della fine degli anni 50 dell’800
ai paesaggi rurali e urbani di Londra, Parigi, Vétheuil, Pourville e delle sue tante dimore; dai ritratti dei figli
alle tele dedicate da Monet ai fiori del suo giardino di Giverny, i salici piangenti, le rose, il ponte giapponese e le monumentali Ninfee.
3/ 04 2018
Moreno Colasanti

Moreno Colasanti, ad un anno dalla personale LOVEHATE, è tornato ad esporre per due giorni in una collettiva di artisti reatini.
“Wonder”
Moreno Colasanti ha esposto le sue opere in calligrafia,
disegni con la penna Bic
“Point of view”
“Se hai qualcosa da dire e sai come dirlo con l’arte, basterà”
Le opere sono state prodotte anche su elementi di recupero come tavole da skateboard.
Le opere sono in vendita. Info colasantimoreno@gmail.com
28/ 03 2018
Giardino di Ninfa riapre il 31...

La storia del Giardino di Ninfa
Il giardino di Ninfa è stato dichiarato Monumento Naturale dalla Regione Lazio nel 2000 al fine di tutelare il giardino storico di fama internazionale, l’habitat costituito dal fiume Ninfa, lo specchio lacustre da esso formato e le aree circostanti che costituiscono la naturale cornice protettiva dell’intero complesso, nelle quali è compreso anche il Parco Naturale Pantanello, inaugurato il 15 dicembre 2009.
Il nome Ninfa deriva da un tempietto di epoca romana, dedicato alle Ninfe Naiadi, divinità delle acque sorgive, costruito nei pressi dell’attuale giardino.
A partire dal VIII l’Imperatore Costantino V Copronimo concesse a Papa Zaccaria questo fertile luogo, facente parte di un più vasto territorio chiamato Campagna e Marittima, entrò a far parte dell’amministrazione pontificia. Al tempo contava solo pochi abitanti, ma aveva assunto un ruolo strategico per la presenza della Via Pedemontana: trovandosi ai piedi dei Monti Lepini, era l’unico collegamento alle porte di Roma che conduceva al sud quando la Via Appia era ricoperta dalle paludi. Dopo l’XI secolo Ninfa assunse il ruolo di città e fra le varie famiglie che la governarono ricordiamo i Conti Tuscolo, legati alla Roma pontificia, e i Frangipani, sotto i quali fiorì l’architettura cittadina e crebbe la considerazione economica e politica di Ninfa, ricordiamo infatti che nel 1159 il cardinale Rolando Bandinelli fu incoronato pontefice Alessandro III nella Chiesa di Santa Maria Maggiore. Nel 1294 salì al soglio pontificio Benedetto Caetani, Papa Bonifacio VIII, figura potente e ambiziosa, che nel 1298 aiutò suo nipote Pietro II Caetani ad acquistare Ninfa ed altre città limitrofe, segnando l’inizio della presenza dei Caetani nel territorio pontino e lepino, presenza che sarebbe durante per sette secoli.
Pietro II Caetani ampliò il castello della città, aggiungendo la cortina muraria con i quattro fortini e innalzando la torre, già presente, a 32 metri, e realizzò il palazzo baronale.
Nel 1382 Ninfa fu saccheggiata e distrutta da parte di Onorato Caetani sostenitore dell’antipapa Clemente VII nel Grande Scisma e avverso al ramo dei Caetani che possedevano Ninfa, i Palatini sostenitori di Urbano VI.
La città non fu più ricostruita, anche a causa della malaria che infestava la pianura pontina, i cittadini sopravvissuti se ne andarono lasciando alle spalle i resti di una città fantasma, gli stessi Caetani si spostarono a Roma e altrove. Nonostante ciò le chiese continuarono ad essere officiate dagli abitanti delle vicine colline per tutto il XV e in parte del XVI secolo, per poi essere del tutto abbandonate. Oggi rimangono i ruderi di San Giovanni, San Biagio, San Pietro fuori le mura, San Salvatore e Santa Maria Maggiore, cui parte degli affreschi furono distaccati nel 1971 per essere custoditi nel castello Caetani di Sermoneta.
Nel XVI secolo il cardinale Nicolò III Caetani, amante della botanica, volle creare a Ninfa un ‘giardino delle sue delizie’. Il lavoro fu affidato a Francesco da Volterra che progettò un hortus conclusus, un giardino delimitato da mura con impianto regolare, proprio accanto alla rocca medievale dei Frangipane. Alla morte del cardinale quel luogo di delizie, in cui furono coltivate pregiate varietà di agrumi, fra cui il Citrus Cajetani, e allevate trote di origine africane, fu abbandonato. Un nuovo tentativo di insediamento fu fatto da un altro esponente della famiglia Caetani nel XVII, il Duca Francesco IV, il quale ‘buono al governo dei fiori’, si dedicò alla rinascita dell’hortus conclusus ma la malaria costrinse anche lui ad allontanarsi da Ninfa. Della sua opera rimangono le polle d’acqua e le fontane.
Durante l’Ottocento il fascino delle sue rovine attirò molti viaggiatori che percorrevano l’Italia riscoprendo l’antico: la ‘Pompei del Medioevo’, come la definì Gregorovius, era un luogo spettrale, magico e incancellabile dalla memoria di chi la vide.
Alla fine dell’Ottocento i Caetani ritornarono su i possedimenti da tempo abbandonati. Ada Bootle Wilbraham, moglie di Onoraro Caetani, con due dei sui sei figli, Gelasio e Roffredo, si occuparono di Ninfa decidendo di crearvi un giardino in stile anglosassone, dall’aspetto romantico. Bonificarono le paludi, estirparono gran parte delle infestanti che ricoprivano i ruderi, piantarono i primi cipressi, lecci, faggi, oggi maestosi, rose in gran numero, e restaurarono alcune rovine, fra cui il palazzo baronale, che divenne la casa di campagna della famiglia, oggi sede degli uffici della Fondazione Roffredo Caetani.
La realizzazione del giardino fu guidata soprattutto da sensibilità e sentimento, seguendo un indirizzo libero, spontaneo, informale, senza una geometria stabilita. Marguerite Chapin, moglie di Roffredo Caetani, continuò la cura del giardino introducendo nuove specie di arbusti e rose e negli anni Trenta del Novecento aprì le sue porte all’importante circolo di letterati ed artisti legato alle riviste da lei fondate, “Commerce” e “Botteghe Oscure”, come luogo ideale in cui ispirarsi.
Durante la Seconda Guerra Mondiale la famiglia Caetani si rifugiò nel castello Caetani di Sermoneta, facendo ritorno a Ninfa solo dopo il 1944, il giardino nel mentre fu utilizzato come base per le munizioni da parte dei soldati tedeschi, che ne preservarono l’integrità grazie agli alberi presenti che favorirono la possibilità di mimetizzarsi. L’ultima erede e giardiniera fu Lelia, figlia di Roffredo Caetani. Donna sensibile e delicata, curò il giardino come un grande quadro, accostando colori e assecondando il naturale sviluppo delle piante, senza forzature, ed evitando l’uso di sostanze inquinanti. Aggiunse numerose magnolie, prunus e rose rampicanti, e, insieme alla madre Marguerite, realizzò accanto alle mura sud della città di Ninfa un rock garden, chiamato anche ‘colletto’. Donna Lelia morì nel 1977, ma prima della sua morte decise di istituire la Fondazione Roffredo Caetani al fine di tutelare la memoria del Casato Caetani, di preservare il giardino di Ninfa e il castello di Sermoneta, e di valorizzare il territorio pontino e lepino.
Un accenno alla flora del Giardino
All’interno del giardino di Ninfa si incontrano varietà di magnolie decidue, betulle, iris palustri e una sensazionale varietà di aceri giapponesi, inoltre a primavera i ciliegi e meli ornamentali fioriscono in maniera spettacolare.
Fra le oltre 1300 piante diverse introdotte che è possibile ammirare negli otto ettari di giardino ricordiamo i viburni, i caprifogli, i ceanothus, gli agrifogli, le clematidi, i cornioli, le camelie.
Molte varietà di rose rampicanti sono sostenute dalle rovine ed estendono i lunghi rami vigorosi sugli alberi quali: Rosa banksiae banksiae, RosaTausendshön, Rosa ‘Mme. Alfred Carriere’, Rosa filipes ‘Kiftsgate’, Rosa ‘Gloire de Dijon’, Rosa ‘Climbing Cramoisi Supérieur’.Le rose arbustive bordano il fiume, i ruscelli, i sentieri o formano aiuole come Rosa roxburghii, Rosa ‘Général Shablikine’, Rosa ‘Mutabilis’, Rosa hugoni, Rosa ‘Ballerina’, Rosa ‘Iceberg’, Rosa ‘Max Graf’, Rosa ‘Complicata’, Rosa ‘Penelope, Rosa ‘Buff Beauty’.
Il clima particolarmente mite di Ninfa permette anche la coltivazione di piante tropicali come l’avocado, la gunnera manicata del Sud America e i banani.
Vi sono anche molti arbusti piantati non solo per la loro bellezza ma anche perché offrono ospitalità alle numerose forme di animali presenti fra cui si evidenzia il folto gruppo dell’avifauna rappresentato da oltre 100 specie censite.